Maurizio Calvesi: Memoria del colore. Sulla vita e sull’opera di Afro

Negli anni Cinquanta, Afro fu il capofila di quella tendenza che Lionello Venturi aveva battezzato “astratto-concreta”, una pittura che in forme assolte dalla riproduzione del reale evocava emozioni della natura, di paesaggi, di marine. E però il suo pennello aveva un nutrimento in più, di immaginazione, di memoria evocativa; fruttava in questo senso l’esperienza moderatamente surreale che aveva avuto in comune con il fratello Mirko, insieme allo studio neo-cubista su Braque e Picasso.

Il suo successo, nel momento in cui abbandonò il naturalismo tradizionale, fu di vasto raggio, fin oltre oceano, anche per certa tangenzialità con la scuola americana dell’espressionismo astratto, e in particolare con Gorky, che per tempo Afro aveva scoperto, inteso e assimilato alla propria natura di sognatore e alla vibrante trasparenza della sua fantasia cromatica e tonale: una fantasia peraltro che trovava un aggancio, niente affatto accademico, con la grande tradizione veneziana. 

Riviveva in lui quasi l’ultimo, caleidoscopico cerchio di un settecentesco fruscìo lagunare, la somma grazia del colore di Tiepolo e di Rosalba Carriera, anche se amava piuttosto sentir pronunciare il nome di Tiziano. E chi non comprende questo nesso, non può intendere l’altezza e l’autenticità di Afro, cui farebbe invece torto il confronto in chiave cosmopolitana con la forza o il delirio dei grandi artisti statunitensi di quegli stessi anni: era la civiltà, la cultura, quella, della grande alienazione delle metropoli americane, pathos e violenza di una tragica contraddizione. 

Il lieve inconscio di Afro era invece fresco come un sottobosco, fertile di humus di ricordi segreti, di impulsi amorosi e lievitanti, in un’aspirazione alla reverie e alla sua trasfigurazione luminosa, come fuori del tempo.

Viene sempre di parlare di cielo, davanti alla pittura di Afro, anche dove non cantano gli azzurri. In virtù della loro leggerezza, i suoi quadri evocano un senso ascensionale; ma compensato dall’ampiezza, e poetica lentezza, degli impianti: tenute insieme come sono, queste scaglie di colore, da lacci slentati, quasi pronti a mollare, o fluttuanti come cime di gavitelli a mare; sensazioni tra l’acqua e l’aria, e certo tra le pagine di Bafchelard si potrebbe andare a caccia di qualche passaggio particolarmente calzante, come quello che riguarda la poesia di Shelley: “Quando studieremo l’unione immaginaria di ciò che illumina e di ciò che innalza, quando mostreremo che è la stessa operazione della psiche umana che porta verso la luce e verso l’altezza, torneremo su questa volontà di costruzione diafana. L’acqua, la terra, il fuoco, il vento, mescolano i loro fiori per la trasfigurazione aerea”.